Papa Benedetto XIII
6 gennaio 2011
Federico II di Svevia
6 gennaio 2011

SETTE CAMERE
Sul versante destro del burrone di fronte al balcone della chiesa grotta di San Michele si snoda un paesaggio, certamente il più suggestivo e il più misterioso dell’intero habitat rupestre, che culmina il gruppo delle note sette camere. Sono queste sette grotte, chiaramente squadrate dall’uomo, intercomunicanti tra loro e certamente possono risalire ad epoca paleocristiana. La certezza di questa considerazione è offerta da una iscrizione di poche parole in lingua greca paleocristiana e simboli del primitivo cristianesimo. Ciò ricorda al visitatore la presenza dei primi cristiani nella terra di Gravina da far risalire ai primi secoli della cristianità. Non si deve ignorare che, trovandosi la nostra terra sull’antica e prestigiosa via Appia, siano passati evangelizzatori diretti a Roma.

CHIESA SAN MICHELE
Alcuni studiosi collocano tra VIII e IX secolo lo sviluppo della cosiddetta “civiltà rupestre” che vide la costruzione di chiese per il culto cristiano in grotte scavate dall’uomo e nei secoli successivi affrescate secondo la tecnica dell’affrescatura orientale, conosciuta come bizantina o basiliana. Le chiese oggi visitabili sono Santa Maria degli Angeli, San Basilio, Sant’Andrea, Santa Maria degli Angeli e San Michele, certamente la più grande e la più importante.
Secondo notizie non del tutto attendibili, sarebbe stata la prima cattedrale di Gravina. La chiesa è nel rione Fondovico in un complesso rupestre distribuito su tre superfici oggi crollate che dovevano essere state utilizzate come abitazione di monaci e come luoghi di sepoltura. L’ingresso della chiesa è costituito da un complesso di caverne naturali che guardano le sette camere, grotte sull’altro versante del burrone. L’interno presenta cinque navate terminanti in absidi e divise da 14 pilastri su cui si vedono residui di affreschi sparsi qua e là, salvati con un intervento conservativo promosso dall’Associazione Culturale “Benedetto XIII” con il contributo concreto della Banca di Puglia e Basilicata. L’affresco più cospicuo si trova nella prima navata di sinistra, in cui si riconoscono i volti di Gesù Pantocratore al centro e San Paolo e San Michele ai lati. Nell’abside centrale è collocata una piccola statua in pietra del Gargano di San Michele che, nella sua struttura iconografica, sembra perfettamente uguale a quella cinquecentesca di Monte Sant’Angelo del Sansovino. Di fronte, su un pilastro è dipinta una crocifissione di tardo cinquecento.
Il culto di venerazione per San Michele, giunto dal’Oriente, quindi dalla Grecia con il nome Micaelion, nella nostra lingua Michelio, sarebbe stato diffuso in Italia Meridionale dai longobardi convertiti al cristianesimo da San Benedetto, certamente prima della sua morte avvenuta nel 604. Ma già nella mitologia greca appaiono divinità con ali: Cupido, Mercurio dotato di ali ai piedi, dette talari, e di petaso, berretto alato. Il culto micaelico ebbe forte impulso con il vescovo Cavalieri (1690 – 1705).

SANTA MARIA DELLA STELLA
Meglio nota con il nome di Madonna della stella, così chiamata da una tradizione secondo cui ivi sarebbe stato trovato un affresco di Madonna con bambino con una stella sulla fronte, si trova sul versante destro del burrone in un ambiente suggestivo nei pressi del sito archeologico “Padre Eterno”. Utilizzata, probabilmente in epoca pagana per una divinità della fertilità, come si può dedurre da alcuni segni concreti conservati nel primo ambiente del complesso, nel XVI secolo divenne santuario mariano. Considerata miracolosa, crebbe l’afflusso di pellegrini malati, che chiedevano la grazia della guarigione, e di donne sterili desiderose di realizzare il sogno della maternità, Monsignor Francesco Bosio, vescovo dal 1568 al 1574, nei Voti Capitolari del 1564 pose il santuario sotto la giurisdizione del Capitolo della cattedrale e stabilì di tenere aperto il santuario un giorno e una notte, una volta l’anno, per preghiere. Ma per una volgare profanazione il santuario perdette la sua prerogativa e venne chiuso al culto.
La chiesa, il cui accesso originario era dal rione Piaggio sull’altro versante del burrone come indica la presenza di due cappellette utilizzate per il ristoro di pellegrini, si presenta in unico ambiente con panche laterali che trovano continuità in un ambiente più piccolo, forse con funzione di sacrestia, collocato dietro l’altare centrale in raffinato stile barocco. Alla chiesa oggi si accede costeggiando l’antica cinta muraria e percorrendo il ponte viadotto-acquedotto del XVIII secolo.

Chiesa del Padre Eterno
La chiesa (sec. XI) a navata unica absidata, risulta in realtà incompleta: infatti doveva essere a due navate absidate. All’interno, sull’archivolto della finestra, si ritrovano brandelli di affreschi del XIII-XIV secolo.
Il prospetto si presenta con tre arcate su pilastri spezzati che danno accesso alla navata incompleta di sinistra.
Dell’affresco raffigurante la Deesis è visibile la testa del Cristo e alcuni tratti laterali di San Giovanni e della Vergine. Gli altri affreschi, raffiguranti San Nicola, San Pietro, un diacono, furono asportati e ricomposti in un ambiente della Fondazione Ettore Pomarici-Santomasi, al lato degli affreschi della cripta San Vito Vecchio. Due grandi fosse ad uso funerario sono situate nel pavimento davanti all’ingresso.

San Basilio
Nel rione Piaggio è incastonata un’altra meraviglia architettonica e storica, la chiesa di San Basilio.
Si deve al vescovo Francesco Bosio e ad un suo decreto del 1569, la sua prima chiara testimonianza e la sua inclusione tra le chiese da restaurare, e nel 1574 la registrò annessa alla mensa vescovile. Dopo qualche anno di abbandono, nel 1579 tal Lucio Francullo chiese al vescovo Giulio Ricci l’affidamento della chiesa per il restauro per salvaguardare la sepoltura di alcuni suoi antenati. Dalla visita del vescovo Giustiniani nel 1595 si ricava la presenza di tre altari, in altrettante absidi, con un’immagine di Madonna con Bambino tra San Basilio e San Leonardo sull’altare maggiore. Nel 1614 la chiesa era affidata ai Padri Agostiniani di San Vito. Nel 1629 compare, come benefattore, il nome di un certo Annibale Manzella, il cui stemma di famiglia appare sull’altare maggiore consacrato nel 1714 dal Cardinale Vincenzo Orsini, futuro papa Benedetto XIII.

Sant’Andrea
Per visitare questa chiesa rupestre bisogna recarsi nell’inclaustro denominato “cavato San Marco” a metà strada tra la chiesa di Santa Sofia e quella di Mater Gratiae. Internamente ci si trova in un ambiente in cui la zona catecumenale appare chiaramente divisa da quella presbiteriale caratterizzata all’interno da due ordini, uno a destra e uno a sinistra, di sedili in pietra appoggiati a un muro destinati ai presbiteri per meditare e pregare e. forse, anche per rinnovare il sacro rito dell’agape. Nella zona catecumenale, a sinistra poteva esserci la buca per la somministrazione del Battesimo.

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