Canio Musacchio
14 dicembre 2010
Lopriore Giuseppe
14 dicembre 2010

Medico e poeta, nacque a Gravina nel 1636 da Angelo e Ruffina d’Enrico.

Di nobile famiglia, come informa nella presentazione sulle famiglie nobili del Regno di Napoli Tommaso Costo nel suo Compendio della storia di Napoli dal 1563 al 1607, compì i suoi primi studi di grammatica e di umanità nel seminario della sua città.

Avviatosi agli studi di legge per amore della giustizia, con l’arrivo in città da Napoli del medico Giustiniano Maiorani, si accostò allo studio della retorica e della filosofia aristotelica che predilesse agli studi di legge più congeniale al suo spirito. Dopo la morte del padre e la risoluzione di controversie familiari, grazie all’intervento del duca Ferdinando III Orsini, che lo liberò dalla persecuzione di Nicolò Antonio di Tura futuro vescovo di Sarno, nel 1654 si trasferì a Napoli per seguire gli studi di Medicina.

Nella capitale del Regno fu accolto da Onofrio Riccio, medico insigne, che lo aiutò nell’approfondimento e nel perfezionamento di questa disciplina. Nel 1659 conseguì la laurea in Medicina a cui cominciò a dedicarsi con generosità e altruismo senza, però, mai tralasciare la sua segreta vocazione per le lettere. Si iscrisse all’Accademia degli “Spensierati” di Rossano dove esercitò la carica di Censore e di consigliere promotoriale. Scrittore facondo, diede alle stampe diverse raccolte di poesie, di cui la più famosa “Le meraviglie potetiche” menzionata dalla Biblioteca Ambrosiana, da Nicolò Toffo nella Biblioteca napoletana.
L’amore per la sua terra lo riportò in patria dove continuò a coltivare le sue passioni di medico e di poeta.

Qui assistette, come medico e amico, la duchessa Donna Giovanna della Tolfa nella sua malattia e nella sua agonia. Sempre legato da profondo affetto e sincera dedizione verso la famiglia Orsini, dedicò sonetti encomiastici al cardinale Fra Vincenzo Maria Orsini e alla madre Donna Giovanna, della quale seppe esaltare, scevro da formalismi retorici, le elevate doti umane, la generosità e l’amore per il prossimo.

Grande è la tua pietà, se spargi amica
A fameliche turbe aurei torrenti.
E grande è pur, se la Virtù mendica
Con viscere d’amor porgi alimenti.
Grande è la tua pietà, quando l’antica
Tua stirpe ad emular, moli eminenti
Ergi di sacre mura, ove pudica
Schiera di Verginelle anco sostieni.
Grande è la tua pietà, qualor con gli aghi
Per fregiarne i delubri, a Sirie tele,
Battezzata Minerva, il seno impiaghi.
Ma, se al Mondo rubella, a Dio fedele
Con proprio sangue il pavimento allaghi,
Sei tu stessa a te stessa, allor crudele.

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